Dr. Francesco De Paola

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Prison Inside Me: un metodo “innovativo” per combattere lo stress da lavoro

Dr. Francesco De Paola
Prison Inside Me – Metodo anti-stress

Arriva dalla Corea del Sud un nuovo trend per far fronte allo stress da lavoro. La “tecnica innovativa” consiste nel prendersi una pausa dal mondo è rinchiudersi volontariamente in una finta prigione per una settimana, lontano da tutti, isolati e senza possibilità di essere contattati.

Tutto ciò accade nella Contea di Hongcheon, tra le montagne della provincia sudcoreana del Gangwon, a circa due ore da Seoul, dove in una prigione molto particolare le persone (lavoratori di entrambi i sessi) decidono volontariamente di farsi rinchiudere per un periodo che va da ventiquattro ore a una o più settimane, per un costo medio di 100 euro al giorno.

L’idea di Kwon Yong-seok (ex procuratore e lavoratore compulsivo pentito) e di sua moglie Noh Jihyang, è ovviamente sostenuta e resa possibile da una cultura che vede i lavoratori “costretti” ad orari di lavoro estenuanti e al limite della sostenibilità e della salute. Infatti i “clienti” che optano per questo soggiorno forzato hanno una sola cosa in comune: l’estremo stress dovuto all’eccessivo lavoro, alla sfiancante routine, alla vita frenetica.

C’è da considerare quindi il contesto, la cultura, i valori di un Paese – l’odierna Corea del Sud – in cui il cittadino medio è una persona estremamente stressata, letteralmente consumata, divorata dalla propria professione a cui si dedica quasi maniacalmente anche per 15 ore al giorno e per sette giorni a settimana. La media nazionale delle ore trascorse sul posto di lavoro è tra le più alte (e preoccupanti) al mondo anche perché è un Paese in crescita e con uno spiccato senso della competizione che viene inculcato ai giovani già nelle scuole, dove primeggiare è motivo di orgoglio personale. Ma tutto questo se da una parte spinge la Corea del Sud a crescere commercialmente ed economicamente dall’altra genera malcontento, disagio, depressione, crisi di panico, problemi fisici e psichici che spesso spingono le persone anche a suicidarsi. L’angosciante situazione ha creato un tale allarmismo da far sì che intervenisse il Governo che con un decreto, al fine di migliorare l’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, ha ridotto le ore di lavoro settimanali, quelle stesse ore che il ministro della Parità di Genere ha definito “inumanamente lunghe”. Il Presidente Moon Jae-in in persona si è espresso sull’argomento, ritenendo giusto concedere a tutti i coreani quello che egli chiama “un diritto al riposo”.

Caratteristiche della prigione sono il silenzio, la pace e la solitudine anche perché, una volta entrate, le persone non sono reperibili e non possono essere contattare da nessuno. Sono altresì vietati cellulari, televisori e ogni strumento tecnologico in grado di connettere i detenuti al mondo civile moderno là fuori. Le attività predominanti sono l’auto-riflessione, il riposano, e tutto ciò che possa aiutare alla purificazione da quello smog esistenziale che hanno respirato per anni e che ha fatto crollare i loro nervi, compreso il pianto liberatorio.

La prigione anti-stress

Secondo il ferreo regolamento carcerario, la persona “da trattenere” deve innanzitutto consegnare il proprio cellulare e ogni altro effetto personale, deve togliersi i vestiti e indossare l’uniforme comune a tutti. Al nuovo ospite viene poi assegnata una delle 28 celle a disposizione, ognuna delle quali misura circa 6 metri quadrati. All’interno di questa angusta stanzetta dall’arredamento a dir poco spartano (come è logico che sia) c’è solo una stuoia da yoga che funge da letto, un bollitore elettrico, un tavolino su cui sono appoggiati una penna e un taccuino, un minuscolo lavandino e un catino nell’angolo dove espletare i bisogni corporali. Non ci sono orologi o specchi. Bandita ogni forma di comunicazione tra i detenuti, che trascorrono i giorni della loro permanenza in regime di completo isolamento, tranne le ore in cui partecipano ai corsi di meditazione di gruppo. I sorveglianti consegnano i pasti giornalieri attraverso una fessura ai piedi della porta; la dieta prevede patate dolci al vapore, verdure sotto aceto, banane frullate e porridge di riso.

Dopo aver scontato la loro pena volontaria, i detenuti prima di lasciare la prigione ricevono un simbolico certificato di libertà vigilata.

Tutti quelli che hanno provato l’esperienza carceraria volontaria a Hongcheon (già diverse migliaia) hanno compreso e ammesso, una volta fuori dai cancelli detentivi, che la vera prigione è il mondo esterno, la routine, è quello il carcere da cui provare ad evadere di tanto in tanto.

Quale riflessione

Una riflessione che noi occidentali potremmo fare, grazie anche a questa realtà, è nella la seguente domanda: qual è la prigione in cui “volontariamente” ci siamo rinchiusi nelle nostre vite, nelle nostre aziende, nelle nostre relazioni?

Siamo tutti convinti di fare delle scelte volontariamente, senza però chiederci cosa sia veramente la volontà. Quanto siamo sicuri di essere così liberi nelle nostre scelte? Se pensiamo alla carriera, alle promozioni, alle vaie “medaglie” che inseguiamo e che chiamiamo i nostri obiettivi, quanto siamo condizionati da idee che diamo per scontate e che prendiamo e facciamo nostre senza interrogarci sul loro reale senso per la nostra vita?

Buona riflessione

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